New York, New York, Base dei Vendicatori

 

C’è un lato dell’essere Vendicatori che molti non considerano. Ripulire il campo di battaglia da detriti troppo pesanti per essere spostati da persone comuni, criminali da consegnare alle autorità, dichiarazioni da rilasciare alla stampa.

Tutto questo non lascia molto tempo per scambiare due chiacchiere con altri eroi, persone che ti hanno salvato la vita più volte, ma con cui non c’è mai tempo di scambiare più di un paio di parole tra una battaglia e l’altra.

Jeff Mace alias Capitan America si concede un attimo di riposo, seduto sui pochi mattoni rimasti in piedi di una delle pareti. Non ha mai incontrato personalmente molti degli eroi che hanno partecipato allo scontro con i Signori del Male, e deve ammettere di non essere nemmeno sicuro di riconoscerli tutti.

Ercole passa vicino a lui, trascinandosi dietro lo Squalo Tigre legato con delle tubature piegate a mani nude.

-Non crucciarti per la dipartita del folle Zemo, o Capitano; il Tartaro stesso non è una punizione sufficiente per quelli come lui.

-Otto Signori del Male sono riusciti a scappare, Ercole. Se solo fossimo stati più...

-Capitano, le due lezioni più importanti che si imparano in tremila anni di avventure sono che c’è sempre un’altra battaglia, e che non bisogna pensare troppo alle cose passate.

Capitan America annuisce con espressione seria, pensando:

“Questo non ti impedisce di raccontare le tue antiche gesta ad ogni occasione, ma forse hai ragione”.

I pensieri del giovane eroe sono interrotti dall’abbagliante fulmine che si scarica a terra, a pochi metri da lui. Ben pochi dei Vendicatori ne sembrano minimamente sorpresi.

-Wow – dice il Fulmine Vivente portandosi una mano alla testa e barcollando – Credevo che non mi sarei più reintegrato.

<<Quando ho visto che ci stavi mettendo un po’, ho pensato di chiedere aiuto ad un esperto>> - spiega Iron Man, indicando il potente Thor.

-Lo apprezzo molto; se volete scusarmi, vorrei evitare di vomitare addosso ad un dio – si congeda il Fulmine Vivente, visibilmente provato dall’esperienza.

Visione si avvicina a Thor, brandendo un’ascia incredibilmente massiccia.

-Stai attento, Visione, poiché il maligno potere dell’Ascia dell’Esecutore può corrompere anche l’animo più nobile.

-Per questo motivo preferisco che sia custodita ad Asgard, Thor. E’ troppo pericoloso lasciarla in prossimità di esseri umani.

<<Quindi immagino che studiarla per tentare di duplicarne scientificamente le proprietà sia fuori discussione, giusto?>>

-Immagini bene – annuisce Thor, senza sentire il bisogno di aggiungere altro.

I tre vecchi amici restano in silenzio per alcuni secondi. Sono successe così tante cose dall’ultima volta in cui Thor ha messo piede sulla Terra che non sembra esserci molto da dire.

-So che il tuo nuovo ruolo di signore di Asgard ti impegna molto, Thor, ma non dovremmo incontrarci solo quando il mondo sta per finire.

-Una battuta, vecchio amico?

<<Dovremmo fare una rimpatriata uno di questi giorni. Anche un dio ha bisogno di una pausa di tanto in tanto, no?>>

-Chiedo scusa, padron Visione – interviene Jarvis, avvicinandosi con un telefono senza fili in mano – Il Presidente vorrebbe scambiare con lei due parole.

-Arrivo subito. Fatti risentire al più presto, Thor – si congeda Visione, stringendo la mano al dio.

<<A proposito di pause, Jarvis, non dovremo ordinarti di prenderti una vacanza vero?>>

-Credo sarà molto facile persuadermi. Riparare la base va molto oltre le capacità di un semplice maggiordomo... anche se, naturalmente, non posso lasciare il mio posto prima dell’arrivo del Damage Control.

-Le stanze dei palazzi reali di Asgard sono a tua disposizione, fido Jarvis.

-La ringrazio, padron Thor, ma avevo già in programma un’altra destinazione. Se non avete bisogno d’altro, credo ci sia bisogno di me altrove.

Il maggiordomo si allontana, ed il Dio del Tuono impugna il mistico martello Mjolnir.

<<Non dirmi che te ne vai di già>>

-Come ho già detto, urgenti questioni mi attendono ad Asgard.

-Eh no, non te la cavi così facilmente – interviene Erik Masterson, in piedi sulle macerie proprio di fianco a Capitan America.

Thor stringe la mano all’amico e vecchio compagno d’avventure, e Jeff Mace si sente un po’ fuori posto. Non ha più dubbi sull’essere parte integrante del gruppo, certo, ma una cosa è sentirsi parte di un mito e un’altra averlo vissuto fin dall’inizio.

-Il mio cuore si rallegra al pensiero che ti sia stata data un’altra possibilità, Erik. Invero, non vi è altro mortale su Midgard ad esserselo meritato più di te.

-Grazie, ricciolidoro. Salutami Sif, okay?

Thor si volta verso Capitan America. Occhi più vecchi quasi quanto la creazione lo fissano Jeff Mace da eguale, che si ritrova spiazzato.

Il Dio del Tuono appoggia il martello su una delle spalle del giovane eroe, poi sull’altra, come se si trattasse di una bizzarra investitura.

-Rendi fiera la leggenda che indossi, ragazzo.

-E’ stato un onore, signore – risponde Capitan America facendo il saluto militare al dio.

Thor fa un passo indietro, comincia a roteare il martello alzando un forte vento gelido, e si lancia in cielo scomparendo ben presto oltre le nuvole.

 

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#77

Intermezzo

di Carlo Monni e Fabio Furlanetto

 

Howard A. Stark Memorial Hospital

 

Il dottor Keith Kincaid osserva perplesso lo schermo di un computer, che mostra due risultati molto diversi di una risonanza magnetica eseguita su di un cervello umano.

Più in basso è indicato il nome della paziente a cui appartiene quel cervello: Janet Van Dyne alias Wasp.

Di fianco a lui c’è il super-eroe Calabrone, anche se dato che al momento non indossa la maschera forse preferirebbe essere chiamato dottor Henry Pym.

-Incredibile – commenta Kincaid – Due settimane fa, la paziente era cerebralmente morta: le funzioni cerebrali erano completamente cessate. Ora non mostra nessuna anomalia. Non è un cervello completamente umano: c’è un’area del suo cervello che non sarebbe attiva in una donna normale...

-Le sue antenne – ricorda Pym – Un tempo, Janet aveva la capacità di farsi crescere delle antenne per comunicare con gli insetti, così come le crescono le ali quando si rimpicciolisce. Quelle cellule sono inerti da anni, ma l’area del suo cervello che può controllarle è ancora attiva. Questo è un dettaglio importante.

-Non capisco perché. La risonanza ha dato risultati identici a quelli dell’ultima analisi, che risale quasi ad un anno fa.

-Significa che quella donna è davvero Janet Van Dyne, dottor Kincaid. O almeno rende molto più basse le probabilità che si tratti di un clone o di un doppio temporale.

-Ammetto di non aver nemmeno pensato a verificare una cosa del genere...

-Faccio questo lavoro da molto tempo – risponde Pym con un sorriso, il primo che si sia concesso da parecchie ore.

-A questo punto penso possiamo escludere che Janet abbia subito dei danni cerebrali, e quindi non abbiamo spiegazioni per la sua perdita di memoria. Qualunque cosa le sia successa, va molto al di là delle mie conoscenze mediche. Onestamente, non ho altri motivi per tenerla in ospedale per più di un altro paio di giorni.

-Oh, devo proprio? Io sto benissimo, dottore! – interviene una debole voce femminile.

Il dottor Kincaid si guarda intorno per capire da dove provenga la voce, mentre il dottor Pym scuote la testa.

-Janet, credevo ti avessi detto di restare nella tua stanza.

-Ma mi stavo annoiando! Avevo proprio bisogno di sgranchirmi le ali.

-Dottor Kincaid, se potesse prestarmi il suo camice... – interviene Pym.

-A proposito, ragazzone, dove hai messo il mio costume di molecole instabili? Il camice da ospedale non si è rimpicciolito insieme a me...ed anche se il dottore è un gran bel fusto e conosce la mia identità segreta, non è che sia disposta a rivelargli proprio tutto!

-“Identità segreta?” – si chiede il dottor Kincaid, porgendo il camice al super-eroe.

-Hey, non fate i furbi e giratevi dall’altra parte! – protesta Wasp, tornando alle proprie dimensioni naturali ed indossando il camice per coprirsi – Non l’ho ancora ringraziata per avermi salvato la vita, dottore...non so perché Hank le abbia rivelato la mia identità segreta, ma...

-Miss Van Dyne, ci sono alcune domande che vorrei farle – la interrompe Kincaid, sempre con gli occhi rivolti verso il muro – Qual è l’ultima cosa che ricorda, prima di risvegliarsi in ospedale?

-Non ne sono sicura... potete girarvi adesso. Ricordo di essermi svegliata alla Base dei Vendicatori, solo che era tutto in rovina e c’erano decine di persone in costume che non ho mai visto prima... ma potrei anche aver sognato. Per quanto tempo ho perso conoscenza?

-E’ quello che stiamo cercando di capire, Jan. Prima della Base, cosa ricordi?

-Stavamo combattendo il Conte Nefaria. Alcuni dei suoi uomini devono avermi sparato mentre cercavo di liberare Rick Jones e... che ti prende, Hank?

-Sei...sei sicura che sia l’ultima cosa che ricordi?

-Certo! Perché, qual è il problema? Abbiamo sconfitto Nefaria, giusto?

-Janet...se questa è l’ultima cosa che ricordi...sono passati dieci anni.

 

Uno dei vantaggi dell’essere tecnicamente nel libro paga della Fondazione che gestisce l’ospedale in cui i Vendicatori feriti sono ricoverati è che, oltre a godere di assistenza sanitaria completamente gratuita, si hanno anche stanze private ed un servizio impeccabile… il che, ma non dovrebbe sorprendere chi lo conosce, non basta a tenere a freno l’impulsività di Clint Barton, altrimenti noto come Occhio di Falco.

-Le ripeto che sto benissimo, dottoressa Foster…- sta dicendo alla donna in camice bianco che lo guarda con aria di disapprovazione –Non ho alcun bisogno di restare qui e voglio tornare subito in azione.

-Con il braccio destro praticamente inutilizzabile, almeno per usare un arco, o qualunque altra arma, se è per questo, e con un probabile danno neurologico in atto sulla cui estensione e durata non sappiamo ancora nulla di certo?- ribatte Jane Foster.

-Sarebbe sorpresa di scoprire quante cose sono in grado di fare con un braccio solo.- replica Clint ammiccando.

-Non m’interessa scoprirlo. Francamente sono stufa di queste stupidaggini da macho. Temo che il testosterone danneggi irreparabilmente le funzioni cerebrali di certi maschi. Comunque, se vuol provarci… prenda pure in mano quell’arco e provi a tenderlo, vediamo cosa succede.    

Occhio di Falco non si fa pregare… ma per quanto ci provi, non è in grado di tendere l’arco per più di pochi millimetri. Continua a tentare stringendo i denti, mentre la sua fronte s’imperla di sudore, poi, con un grido strozzato lascia lo strumento stringendosi il braccio ferito con quello buono.

-Credo che adesso abbia capito il punto, Mr. Barton. La ferita può sembrare superficiale, ma l’ago dell’… uhm Ago ha leso i nervi ed il suo uso dell’arco subito dopo ha peggiorato la situazione. Le ci vorrà del tempo e molta fisioterapia per recuperare completamente l’uso del braccio. Nel frattempo le consiglio di non sforzarlo e di scordarsi per un bel po’ l’uso dell’arco.

Clint non risponde, ma il suo volto esprime molto bene i sentimenti di frustrazione che sta provando.

 

Da un’altra parte, nello stesso ospedale, Julia Carpenter, alias Aracne, è ben contenta di avere una stanza tutta per se. Ci mancherebbe anche mettere in pericolo un’identità segreta che sta cercando faticosamente di mantenere. Le sue ferite sono molto meno gravi di quelle di Occhio di Falco. I suoi compagni erano rimasti spaventati, quando l’avevano trovata svenuta dopo che aveva sconfitto l’Anguilla, ma non c’era nulla di veramente serio. Aveva chiesto troppo ad un fisico debilitato dalla battaglia con Venom[1]. Stando al medico che l’ha visitata non c’è nulla che un po’ di riposo non possa curare. Ne approfitterà per prendersi una vacanza con sua figlia. Che sollievo sapere che Rachel era al sicuro a Denver. Dopo essere stata sconfitta e rapita da Venom proprio di fronte a lei, Julia si era preoccupata a morte nel saperla tutta sola in quella città, ma Rachel è una ragazzina in gamba ed è riuscita a tornare a casa senza correre pericoli. Sentirla al telefono è stato un sollievo. Non intende lasciarla da sola per molto tempo.

 

 

Laboratori REvolution. Clason’s Point, Bronx.

 

Nell’ampia stanza ci sono solo tre persone. Una di loro è un uomo di colore che sopra i normali vestiti indossa un camice bianco, gli altri due sono: un uomo seminudo all’interno di una sorta di camera iperbarica ed uno massiccio e cupo, che indossa una maglietta verde a righe verticali.

-Puoi uscire adesso.- dice lo scienziato.

Jack Hart esce dall’apparecchiatura e mentre si rimette l’armatura del fante di Cuori si guarda intorno e si rivolge all’uomo col camice.

-Tutto bene, Dottor Foster, o sbaglio?- chiede.

-Beh… pare che tu abbia il pieno controllo dei suoi poteri… almeno nei limiti in cui te lo consente quella tua armatura, se è questo che chiedi.- gli conferma Bill Foster –La tua fisiologia un po’ particolare ha richiesto quest’apparecchiatura sperimentale, oltre ai miei talenti, s’intende, per curarti ed esaminarti dopo che sei stato messo KO dall’esplosione di Nitro.[2] Per tua fortuna l’armatura ti ha protetto dalle conseguenze peggiori e scansioni che abbiamo effettuato confermano che tutto è nei livelli giusti. Se fossi un medico, ti consiglierei un po’ di riposo, ma sono solo un biochimico e per giunta so molto bene quanto valgano certe raccomandazioni coi supereroi… Visto che lo sono anch’io.

-Lo immagino. Beh, a dire il vero stavo meditando di lasciare i Vendicatori per un po’, ma adesso… non so: mi sembra il momento meno adatto.

-Beh, non lo è per me.- interviene l’Uomo Sabbia, perché era lui il terzo uomo –Le mie scansioni dimostrano che adesso sono a posto, ma ho passato un brutto momento. Ho deciso che mi prenderò una vacanza e poi… potrei accettare la proposta di rientrare nella squadra di Silver Sable. Fare il supereroe a tempo pieno non fa per me.

-Se la pensi proprio così… buona fortuna amico- gli risponde il Fante.

 

 

Progetto PEGASUS, Monti Adirondack, New York

 

Sersi esce dall’ascensore lasciandosi alle spalle una mezza dozzina di scienziati che la osservano con un’aria trasognata. L’Eterna è abituata a far girare le teste, ma il fatto che alcuni di loro siano più interessati al suo potere di controllare la materia che al suo fisico le da un po’ fastidio.

-La ringrazio nuovamente per averci riportato l’artiglio di Klaw, Sersi – si rivolge a lei un uomo di mezz’età con i baffi – L’ultima volta ci sono voluti mesi per ottenere il trasferimento dalla Volta.

-Spero che questa volta riusciate a non farlo scappare, direttore Gruenwald. Nessuna novità sulle autopsie degli attentatori?

-Ah sì, la terrorista lemuriana e l’Inumano. Abbiamo imparato più cose sulle loro specie dall’analisi dei cadaveri che da anni di rapporti dai Vendicatori e dai Fantastici Quattro.

-Direttore, eravamo stati molto chiari sull’eseguire solo indagini indirette: lemuriani ed inumani hanno tradizioni funerarie molto precise.

-Non si preoccupi, Sersi, ci siamo attenuti perfettamente alle vostre istruzioni. Sono entrambi stati uccisi dallo stesso potentissimo veleno sintetico; sfortunatamente non siamo stati in grado di determinare se il loro cervello fosse stato in qualche modo alterato o manipolato.

-In pratica siamo al punto di partenza: o Lemuria ed Attilan stanno in qualche modo complottando insieme, o c’è qualcuno dietro questi attentati a tirare i fili.

-Mi sembra probabile, ma non posso fare altro per confermarlo. Siamo arrivati.

La porta del laboratorio di cibernetica scivola all’interno del muro. Una donna in camice da laboratorio sta saldando qualcosa all’interno del petto di Jocasta; dietro di loro, una complessa serie di robot industriali sta costruendo qualcosa dalla forma umanoide.

-Sersi, le presento la dottoressa Necker. Dottoressa, Sersi di Olympia.

-Incantata – saluta la scienziata, senza neanche voltarsi o sospendere quello che sta facendo.

-Tutto a posto con Klaw? – chiede il robot.

-Sì, ho parlato con i cervelloni al piano di sopra: stanno studiando un modo per tenerlo in vita separandolo dall’artiglio. Che stai facendo?

-Niente, avevo prestato il mio generatore alla dottoressa perché lo studiasse, e ora lo sta mettendo a posto. Per fortuna ho tre batterie di riserva.

-Assolutamente incredibile – giudica la scienziata, richiudendo il pannello di accesso. Solo ora si volta verso l’Eterna: è una bellissima donna dai capelli rossi.

-Ci siamo già incontrati? In qualche modo mi è familiare.

-Credo che me lo ricorderei. Ora se volete scusarmi, io e mister Stack abbiamo molto lavoro da fare.

-“Mister Stack”?

-Ho pensato che “Machine Man” non fosse appropriato in un ambito di lavoro – interviene la testa del robot, agganciata ad un tentacolo meccanico appena sceso dal soffitto. Sersi fa un passo indietro sia per la sorpresa sia per l’aspetto del compagno di squadra.

-Oh, uhm, capisco. Nuovo look?

-Il mio nuovo corpo non è ancora completo – risponde “Aaron Stack”, indicando il robot in fase di costruzione – Questa mattina ho accettato l’offerta del Progetto PEGASUS di lavorare per il loro reparto di cibernetica; ho comunicato la situazione a Visione, che mi ha concesso di passare allo status di riserva per i prossimi tre mesi.

-Hai fatto presto a prendere una decisione così seria. Ti ci vorrà davvero così tanto per ricostruirti?

-No, ma è un’opportunità che non potevo rifiutare: rappresenta troppo per i diritti dei robot, e qui posso fare moltissimo anche per lo sviluppo tecnologico degli umani. In effetti, ho chiesto anche a Jocasta di unirsi a me.

-Mi serve un po’ di tempo per pensarci su – risponde Jocasta, cambiando presto argomento – Beh avete parecchie cose da fare, quindi forse è meglio se togliamo il disturbo.

-Questo laboratorio ha una connessione ultrarapida, ci sentiremo stasera – risponde Aaron; il tentacolo avvicina la sua testa a quella di Jocasta. Le labbra dei due robot si incontrano, e Sersi giurerebbe di aver visto una scintilla.

 

Qualche minuto dopo, le due Vendicatrici escono sulla superficie e si incamminano verso il Quinjet. Jocasta non ha detto una parola da quando è uscita dal laboratorio, e tocca a Sersi rompere il ghiaccio.

-Vuoi davvero lasciare i Vendicatori e lavorare qui?

-Non voglio lasciare Aaron. Non l’ho mai visto felice come quando ha visto quel laboratorio.

-Sì, sembrava proprio l’anima della festa; ma immagino che sia tutto relativo. E vorrai tenere d’occhio la dottoressa Necker, immagino.

-Perché? Da quanto ne so, le sue credenziali sono ineccepibili: Aaron è in ottime mani.

-Chiedi ad Ercole di raccontarti del mito di Pigmalione. Se non l’hai notato, è una gran bella donna.

-Non credo che Aaron sia interessato alle donne. Cioè, alle donne non di metallo... hai capito.

-Quindi non sei minimamente gelosa? Non ti da neanche un po’ fastidio che quella donna stia costruendo il corpo di Aaron pezzo per pezzo, conoscendo tutti i segreti di ogni singola vite?

-Non essere ridicola! Lei è solo la sua assistente, Aaron costruirà materialmente i pezzi.

-Davvero?

-Certo: gliel’ho fatto promettere io.

-Lo ami?

La domanda sembra spiazzare la robot, che resta indietro di qualche passo.

-Io... io credo di sì...

-“Credi”. Beh, è un inizio. Pensi che lui ti ami?

-Tutto è relativo – alza le spalle Jocasta; questa volta è l’Eterna ad essere completamente spiazzata.

-E questo cosa vorrebbe dire!?

-Solo perché siamo tutti e due robot non vuol dire che siamo uguali. La mia mente è basata su quella di un essere umano, mentre la sua è completamente artificiale. A volte è difficile capire se proviamo la stessa cosa. Lui prova sicuramente qualcosa per me, ma non so che cosa sia. Mi ha anche chiesto di aiutarlo a costruire un robot, ma... sai che non posso.

-L’Imperativo Ultron – annuisce Sersi, senza aggiungere altro. Da come ne parla Jocasta, la proposta di Machine Man dev’essere stata di quanto più simile possibile al concepire un figlio... ma nella programmazione di Jocasta è ben radicato l’ordine di ricostruire Ultron.

Finalmente le due arrivano al Quinjet. Jocasta apre il portello d’ingresso, chiedendo:

-Sersi, posso trasferirmi nel tuo appartamento?

-Cosa? – si meraviglia Sersi, che oggi sembra trovarsi di fronte una sorpresa dopo l’altra.

-Una volta dimessa dall’ospedale Janet andrà sicuramente a vivere alla Stark Tower, ed io... onestamente, ho già troppe cose per la testa. Non ti accorgerai nemmeno di me, comunque: mi serve solo un angolo dove mettermi durante il ciclo di ricarica.

Sersi sorride, e poi si lascia scappare una risatina.

-Adoro vivere tra gli umani. Certo, perché no? Il vicinato ha bisogno di un po’ più di verve.

 

 

Howard A. Stark Memorial Hospital

 

Walter Newell e sua moglie Diane non sono poi tanto sorpresi dalla visita di colui che i media chiamano spesso Sub Mariner, ma che loro chiamano semplicemente:

-Namor! Che piacere rivederti amico.- esclama Walter.

-Volevo assicurarmi che stessi bene.- replica Namor –A quanto pare l’esplosione di Nitro non ha fatto troppi danni.

-Il mio costume di Stingray ha assorbito buona parte dell’impatto. Del resto è stato disegnato per sopportare la pressione delle profondità marine. Ha retto molto bene.

-Mi fa piacere. Io non ho molti amici e non avrei voluto vederne un altro ferito… o peggio.

-Ad uscirne peggio di me è stato quel ragazzo, Justice. Ora è nella stanza accanto. La sua ragazza, Firestar, dovrebbe essere con lui.

-Ma se la caverà, per fortuna. Quanto a te, amico mio, ti sei fatto onore nella battaglia, ma mi dispiace di averti coinvolto.

-Non sei stato tu ad impormi di… associarmi ai Vendicatori e prima o poi Todd… lo Squalo Tigre… se la sarebbe presa con me lo stesso.

-Come sta adesso, Todd?- chiede Diane Arliss Newell in tono cupo.

-È in una di quelle prigioni speciali per superumani, a quanto ne so.

-Speravo che potesse riacquistare la ragione, ma temo che non ci siano più speranze.

Sia Namor che Newell tacciono, non sapendo bene cosa dire.

 

 

Atlantide

 

Namorita non è un’ingenua: ha sempre saputo che essere sovrani di Atlantide non significa solamente partecipare a cerimonie solenni e feste grandiose, ma anche governare uno dei popoli più antichi del pianeta.

Nella propria sala del trono, Namorita inizia a sentire tutto il peso dell’essere Imperatrice: oggi avrebbe dovuto presiedere una discussione su come portare la struttura burocratica del regno sottomarino al livello delle nazioni di superficie, ma è stata, invece, costretta ad indire un Consiglio di Guerra straordinario.

Namorita aveva letto tutti i libri esistenti sulla storia di Atlantide, ed aveva sentito parecchie delle tradizioni orali: sapeva benissimo che il rapporto tra il sovrano e l’elite militare atlantidea era sempre stato burrascoso, ma trovarsi a gestirlo era tutt’altra cosa.

Negli ultimi mesi numerosi Signori della Guerra avevano aumentato considerevolmente la propria influenza. I sudditi avevano capito che Namor non sarebbe tornato a governare, ed anche se Namorita era una sovrana popolare in molti mettevano in dubbio la sua capacità di proteggere Atlantide.

Inoltre, la presenza di Namorita sul trono atlantideo non era particolarmente gradita ai militari. Alcuni ritenevano ingiusto che Namor abbandonasse il proprio popolo in favore di una ragazzina, altri avevano nostalgia della vecchia posizione di belligeranza nei confronti del mondo di superficie, altri ancora non gradivano dover ubbidire ad una mezzosangue. Dal canto suo, Namorita aveva peggiorato la posizione cambiando il millenario titolo di Signore della Guerra in Generale e del Ministero della Guerra in Ministero della Difesa.

-Sono stata informata che Lord Vashti non potrà essere presente al Consiglio per problemi di salute; dovremo cominciare senza di lui – annuncia Namorita, le cui difficoltà nel tenere insieme un governo sono state centuplicate dalla salute cagionevole del vecchio ma politicamente scaltro Visir.

Il Generale Thakos si avvicina alla grande mappa delle profondità marine che è stata portata di fronte al trono, disegnando qualcosa con la punta di uno strano pesce-penna delle profondità abissali.

Thakos è  il Ministro della Difesa, e Namorita è stata praticamente costretta a nominarlo. Era incredibilmente popolare tra i militari, non aveva alcuna ambizione politica, ed anche se in passato si era opposto con veemenza alla leadership di suo cugino, Namorita sa che Thakos ha veramente a cuore la sicurezza di Atlantide. Namorita personalmente lo trova sgradevole, ma rimane comunque certa che sia ancora la persona migliore per quell’incarico tra quelle disponibili.

-Mia signora, questa è la posizione attuale delle truppe di Lemuria; come può ben vedere, si stanno pericolosamente avvicinando ai nostri confini.- le si rivolge Thakos.

-I confini di Atlantide sono mutevoli quanto le maree, Generale – risponde Namorita – Dovrebbero nuotare per diversi giorni prima di raggiungere le nostre provincie più remote. Non potrebbero essere semplicemente delle esercitazioni?

-Forse gli abitanti di superficie sprecherebbero così tanti guerrieri in un modo così stupido, ma non siamo così fortunati da essere in guerra con loro – replica Thakos suscitando l’approvazione silenziosa degli altri Generali; nessuno osa mettersi a ridere in presenza dell’Imperatrice, naturalmente.

-Quindi cosa suggerisce, Thakos, che Lemuria si stia preparando ad attaccarci?

-Da quando ci siamo alleati con le “Nazioni Unite” di superficie, Lemuria non ha certo nascosto il proprio disappunto – le ricorda Thakos – E secondo le nostre fonti, sta rafforzando da tempo il proprio esercito.

-Forse re Karthon ha avuto una discussione simile con i propri generali – nota Namorita, voltandosi verso le pesanti porte che si stanno aprendo.

Scatta in piedi, alzando la voce per far risaltare tutta la propria autorità:

-Chi osa interrompere il Consiglio di Guerra di Atlantide?

-Imploro il suo perdono, mia signora – china il capo l’anziano atlantideo appena entrato, facendo rimpiangere ancora di più a Namorita di doversi atteggiare in questo modo; per quanto stia cercando di modernizzare lo stato, l’elite militare si aspetta ancora un certo atteggiamento da parte del sovrano.

-Avvicinati pure, Sador. Generali, sono certa che Lord Sador, Ambasciatore di Atlantide presso Lemuria, getterà luce sulle azioni del regno di Karthon.

-Karthon è morto – annuncia il diplomatico.

-Che cosa? – si meraviglia Namorita: ha già incontrato il re di Lemuria, e le è sembrato un guerriero temibile quasi quanto suo cugino.

-Secondo la corte lemuriana, è stato vigliaccamente avvelenato dal Principe Namor. E se non consegneremo loro la testa di Namor, dichiareranno guerra a tutta Atlantide.

 

 

New Orleans, Louisiana

 

Anna Micheals è nel proprio appartamento, di fronte al computer. Negli ultimi giorni ha dedicato chissà quante ore visitando i siti dei maggiori quotidiani di New York, nella speranza che qualcuno di loro parlasse dei Vendicatori. Lo scontro con i Signori del Male è stato in prima pagina, naturalmente, ma nessun servizio faceva la benché minima menzione di Photon.

Il sito dei Vendicatori non è di alcuna utilità: solo un annuncio della sospensione degli aggiornamenti fino alla ristrutturazione della Base, e nient’altro.

Qualcuno bussa alla porta. Anna corre ad aprire, trovandosi di fronte una donna in abiti civili con lunghissimi capelli rossi e bianchi.

-Oh mio dio – si lascia scappare Anna, insieme alle prime lacrime; lasciando la porta aperta, rientra nell’appartamento.

-Non le ho neanche detto chi sono – si meraviglia Songbird.

-Per favore, non siamo a New York: quante ragazze con quel colore di capelli pensa che ci siano? – risponde Anna, trattenendo visibilmente altre lacrime.

-Devo davvero fare qualcosa per quest’acconciatura – mormora Songbird, per poi appoggiare una mano sulle spalle di Anna e continuare a voce alta:

-Anna, non è come pensi: Photon è ancora viva.

-Davvero?

-Credo – chiarisce Songbird.

-Come sarebbe a dire... un secondo. Che ci fai a casa mia? E come fai a sapere il mio nome?

-Se ti calmi un attimo ti spiego; forse è meglio se ti siedi.

Anna obbedisce, andando a sedersi sul divano. Songbird ripete il discorso che ha provato durante il tragitto: preferirebbe tornare a combattere i Signori del Male che fare una cosa del genere.

-Allora, innanzitutto, non sappiamo cosa sia successo a Photon... oh, al diavolo, a Monica. Sì, conosco la sua identità. Durante una battaglia si è trasformata in energia e non l’abbiamo più vista.

-Quindi non sapete che cosa le sia successo?

-No. Non ci sono tracce della sua energia attorno alla base, il che è una buona cosa: significa che non ha perso niente, e che con ogni probabilità riuscirà a reintegrarsi e tornare solida. Anzi, secondo Calabrone ed Iron Man, le probabilità che possa riuscirci sono più del 99,99%. Ci sono però parecchie incognite... se non si è ancora riformata è probabile che non riesca a farlo da sola, e non sappiamo ancora come rintracciarla: anche Reed Richards ci sta lavorando. E’ solo questione di tempo.

-Grazie al cielo. Ho visto in TV la minaccia di Zemo, e non si è più vista dopo la battaglia. Immagino che queste cose siano di routine per... oddio, i genitori di Monica! Dovremo dirgli qualcosa.

-Li ho avvisati prima di venire qui. I Vendicatori hanno una procedura specifica per questo genere di cose.

-Per quando uno dei vostri scompare chissà dove e non sapete quando tornerà?

-Bisogna essere preparati. C’è un modulo particolare in cui Monica ha indicato le persone da avvisare in un caso del genere. Tu ed i suoi genitori eravate nella lista di persone da informare nel caso sparisse per più di tre giorni senza avere idea di quando sarebbe tornata.

-E dopo quanto è considerata...insomma, quanto ci vorrà?

-Attualmente è classificata come “scomparsa”. Se non dovesse tornare entro sei mesi sarebbe “dispersa”.

-No, intendevo per quanto continuerete le ricerche?

-Una volta Vendicatore, per sempre Vendicatore. La riporteremo indietro, Anna: è una promessa.

 

 

Stark Tower

 

La stanza è molto ampia ed al centro è occupata da un ampio e massiccio tavolo in legno.

<<Questa sarà la sala riunioni temporanea…almeno finché il Palazzo dei Vendicatori non sarà di nuovo agibile.>> sta dicendo Iron Man, rivolto all’unico altro occupante della stanza: la Visione. <<Non dovrebbe volerci molto. Quelli del Damage Control sono sempre rapidissimi, senza andare a scapito della qualità del servizio.>>

-Molto bene.- replica Visione –Immagino che tu abbia pensato anche agli alloggi di coloro che ne avranno bisogno.

<<Questo non è stato un problema: la recente crisi finanziaria ha lasciato diversi appartamenti liberi nella torre e sono tutti ben arredati.>>

-Risolto questo problema, vorrei affrontarne un altro che ti riguarda da vicino.

<<Di che si tratta?>> Difficile dirlo con Visione, ma Iron Man giurerebbe di aver colto un tono di disapprovazione nella voce del sintezoide.

-Di War Machine. Sinceramente, questa faccenda del “Vendicatore segreto” e del fuorilegge pubblico non mi piace molto. La trovo forzata e temo possa danneggiare l’immagine dei Vendicatori.

L’elmo si solleva e Tony Stark guarda Visione dritto negli occhi… o meglio lo farebbe se questi fossero visibili.

-Questo è un problema che dovresti discutere direttamente con Rhodey.- replica –Qualcuno può forse pensarla diversamente, ma lui non un mio servo. Ha preso le sue decisioni, fatto le sue scelte. Se non ti piacciono, parlane con lui, non con me.

-Lo farò, stanne certo.

 

Una limousine si ferma davanti alla Stark Tower e ne scendono quattro pittoreschi personaggi… pittoreschi se non fossimo a New York, cioè.

-Invero mi auguro che questa torre abbia un alloggio degno del dio della Forza.

-Da quello che so di Tony Stark, non sarei sorpresa di trovare degli alloggi lussuosi.

-Quell’uomo tende spesso a strafare, in effetti.- commenta Wonder Man –In ogni caso, io mi accontento del minimo indispensabile per la mia famiglia. Tu che ne dici Wanda?

-Non potrei essere più d’accordo, Simon.- replica Scarlet, che sta tenendo in braccio il piccolo Charles, figlio suo e di Simon Williams.

-Orsù, amici, andiamo. Il prode Ercole si occuperà dei bagagli di codeste leggiadre fanciulle.

-Non vorrai davvero portare tutti i bagagli a spalla da solo?

-Una ben misera impresa per colui che ha affrontato i temibili uccelli di Stinfalo, sconfitto il leone di Nemea e ripulito le stalle di Augia… anche se, a dire il vero, in quest’ultima impresa ho avuto un piccolo aiuto.

-Oddio, chi lo ferma più adesso?- sospira Wonder Man, poi tutti entrano nella Torre al seguito di un Ercole carico di roba e che continua a parlare. 

 

 

Arlington, Virginia

Il Pentagono

 

Valerie Cooper ha iniziato da poco tempo il proprio lavoro di Consigliere del Presidente per gli Affari Superumani, e già comincia a pentirsi di aver accettato una posizione simile: quando il Segretario alla Difesa ti guarda con un’espressione da “vorrei proprio non doverti parlare”, non è mai un buon inizio.

Dopo averle stretto la mano, il Segretario si siede alla scrivania e le porge un plico di documenti. La scritta “Top Secret” è impossibile da ignorare.

-Suppongo di essere stata autorizzata a leggerlo.

-Lo è adesso.

Valerie legge il documento, un breve comunicato dello S.H.I.E.L.D. E per quanto sia una maestra nel non lasciare mai che le emozioni si facciano strada nel suo lavoro, non riesce ad evitare di lasciarsi scappare a bassa voce:

-Oh mio dio. E’ confermato?

-Ultron è entrato in possesso di una cospicua quantità di Inferno-42, sì. Suppongo che lei conosca questa sostanza, miss Cooper?

-Un’arma di distruzione di massa creata dall’AIM – annuisce Valerie – Con la quantità rubata da Ultron, potrebbe uccidere decine di milioni di persone. Ma se la data di questo rapporto è corretta, ne dispone ormai da diverse settimane. Perché non lo ha ancora usato?

-C’è di peggio. Come ben sa, una delle priorità dell’attuale amministrazione è mettere al sicuro tutte le super-armi che gli Stati Uniti e la Federazione Russa hanno ereditato dalla guerra fredda. In particolar modo ci siamo dati da fare per mettere al sicuro una delle armi più devastanti mai create dall’uomo...la Bomba al Betatrone.

-La bomba usata per sterminare i Marziani nella Guerra dei Mondi. Non capisco dove voglia arrivare, signor Segretario: c’era una sola Bomba, ed i piani per la sua costruzione sono andati perduti.

-Questo è quello che abbiamo ammesso pubblicamente per non scatenare il panico, miss Cooper. In realtà siamo ancora in possesso dei piani originali; alla fine della Guerra dei Mondi, però, le Nazioni Unite hanno deciso che un’arma simile era troppo pericolosa per essere custodita da una sola nazione. Tre giorni fa, Ultron ha fatto irruzione in una base SHIELD su suolo americano ed ha rubato parte dei piani.

-Ora capisco qual è la parte peggiore...

-Non ci sono ancora arrivato, miss Cooper. Secondo i nostri analisti, Ultron è probabilmente abbastanza sofisticato da costruire la bomba anche con una frazione del progetto...ma non per duplicare il procedimento di produzione delle particelle al betatrone. Tuttavia esiste la possibilità che il principio attivo della bomba possa essere sostituito da quantità concentrate di Inferno-42... e se Ultron riuscisse ad unire le due tecnologie, avrebbe a propria disposizione un’arma capace di uccidere qualsiasi forma di vita su questo pianeta.

-E’ terribile, ma... anche se non voglio sembrare egocentrica... cosa ha a che fare tutto questo con me?

-Il peggio arriva adesso, miss Cooper. Il Presidente si aspetta la sua opinione su come dovremmo procedere per salvare il mondo: ci sarà una riunione alla Casa Bianca questo pomeriggio.

 

 

Howard A. Stark Memorial Hospital

 

Simon Williams apre lentamente la porta, entrando senza aver ricevuto nessuna risposta. Non c’è nessuno nella stanza: solo il letto sfatto e la pila di riviste di moda gli fanno capire di non aver sbagliato camera.

-Janet, sei qui? – chiede Simon, udendo un debole ronzio passare vicino alle sue orecchie.

Muovendosi più velocemente di quanto la sua massa muscolare possa far pensare, chiude rapidamente la porta anche se deve stare attendo a non usare troppa forza e non abbatterla.

-I dottori mi hanno fatto promettere di non uscire dalla stanza.

Simon si avvicina al letto per posare il mazzo di fiori sul comodino. Il ronzio gli vola di fianco, dove Janet Van Dyne ritorna alle proprie dimensioni naturali seduta sul letto.

Indossa un costume rosso e nero, uno dei più vecchi che Simon ricordi di averle visto usare.

-Salve, bel fusto. Altri fiori dai miei ammiratori?

-Solo un augurio di pronta guarigione da me e Wanda. Ti vedo in forma.

-In più di dieci anni non ho messo su un solo chilo di troppo – risponde Janet con un sincero sorriso, mettendosi in posa come se si aspettasse una fotografia.

Poi il silenzio dura un po’ più del dovuto, ed il sorriso si spegne.

-Beh, questo è imbarazzante. Dovrei conoscerti, vero?

-Ci siamo già incontrati, sì. Anche se probabilmente non mi hai mai visto senza costume – chiarisce Simon, togliendosi gli occhiali da sole.

I suoi occhi non hanno nulla di umano, mostrando l’energia ionica di cui sono composti.

-Wonder Man!!! – urla di gioia Janet, saltando addosso al vecchio amico ed abbracciandolo –Credevo fossi morto, ti ho visto morire.[3] Come è possibile che tu sia vivo? Aspetta: ha funzionato! A scoppio ritardato, ma ha davvero funzionato! Credevo che Hank fosse matto quando ha voluto metterti in quella… com’è che l’ha chiamata? Ah si… capsula di stasi. Avrei dovuto saperlo che Hank e quel dottor come-si-chiama ti avrebbero curato!

-Ah, a dire la verità, in effetti quella volta sono davvero morto. Ma poi sono stato meglio – risponde Simon, allontanando Janet; era da parecchio tempo che non la vedeva così esuberante, quasi infantile.

-Direi: a me sembri un po’ troppo muscoloso come cadavere – replica Janet, tastando uno dei bicipiti di Simon e facendogli l’occhiolino. Per fortuna, uno dei vantaggi di essere composti di energia ionica è che non si può arrossire. O almeno lui lo spera.

-Ah, sì, ehm. Comunque, pensavo che forse parlare con qualcun altro che ha avuto un’esperienza simile alla tua potrebbe aiutarti a ricordare, o almeno accettare quello che è accaduto.

-Non preoccuparti troppo, Hank sistemerà tutto. Invece di preoccuparmi di essere assalita da super-criminali, dovrò stare attenta a non farli cadere ai miei piedi ora che non avrò più la maschera a rovinarmi il trucco o quell’assurdo elmetto a fare a pugni con l’acconciatura.

Simon la fissa con sguardo incredulo. Non è solo la memoria: Janet sta anche parlando come un tempo.

-Che c’è? Sono i capelli, vero? Devono essere un disastro. Pensi di coprirmi un paio d’ore, bel fusto? Anche nel futuro, devono esserci dei parrucchieri da queste parti.

-Janet, per favore: la questione è seria.

-Dov’è Hank? Non riesco a credere che mi abbia scaricata! Giuro, per essere così adorabile a volte quell’uomo è davvero con la testa tra le nuvole.

-E’ dovuto andare a salvare il mondo o qualcosa del genere4. Avete già...parlato di quello che è successo negli ultimi anni?

-Siamo ancora tutti e due nei Vendicatori? Ho sempre pensato che dopo il matrimonio ci saremmo ritirati. A proposito, da quanto tempo siamo sposati?

Wonder Man si morde un labbro. Perché non è andato lui a rischiare la vita per salvare il mondo? Sarebbe stato molto più semplice che spezzare il cuore ad un’amica.

 

 Stark Tower

 

Eric Masterson sta fissando il telefono da parecchie ore. Tutti gli esami medici a cui lo hanno sottoposto dimostrano che è in perfetta salute, e secondo tutte le analisi a disposizione della scienza moderna non ci sono dubbi: lui è Eric Masterson.

Ma lui sa di non esserlo veramente. Il vero Eric è morto da qualche anno, ormai, e lui è solamente una copia creata da imperscrutabili dei alieni. Una copia che ha tutti i ricordi dell’originale, tutti i suoi sogni ed i suoi affetti. Finalmente si decide a comporre il numero, esitando solo nel comporre l’ultima cifra.

Ogni squillo sembra durare un’eternità; poi finalmente una voce femminile risponde.

-Pronto?

-Marcy. E’ bello risentire la tua voce.

-Ma chi parla?

-Sono Eric, Marcy. Non sono più bloccato nella forma di Thunderstrike: sono di nuovo me stesso.

Non c’è nessuna risposta dall’altra parte.

-Pronto? Marcy? Per favore, dì qualcosa.

-Eric è morto. Che cosa vuoi da me? Perché non mi lasci in pace?

-So di non essere davvero il tuo ex marito, Marcy, ma in un qualche senso...lo sono. Ho tutti i suoi ricordi, tutti...

-Ne ho abbastanza di questo genere cose, Thunderstrike: voglio che la mia famiglia abbia una vita normale. Non voglio più parlare con te.

Marcy Masterson Steele riaggancia, ed Eric si ritrova ad ascoltare il suono ripetitivo della linea interrotta.

 

Sede centrale delle Nazioni Unite, New York City

Department of PeaceKeeping Operations SuperHuman Section

 

Helaine Rochelle, direttrice della SHS, rientra nel proprio ufficio sedendosi alla scrivania. Il suo segretario prende nota di tutto quello che sta chiedendo, ormai abituato all’accento francese:

-...per cui un censimento mutante è cruciale per l'interesse del mondo intero. Fine, trascrivi tutto e fammelo rileggere prima di spedirlo. Cosa abbiamo adesso, Chapman?

-La riunione sulla revisione strategica dei piani di emergenza in caso di invasione aliena comincia tra dieci minuti.

-Ah, sì, almeno un’ora di discussione su quanto stiamo dando troppo peso ai super-eroi americani. Ha pronte le stime sulla popolazione super-umana della Cina?

-Le abbiamo ricevute questa mattina; dovremo ristampare i documenti per la riunione: il numero che abbiamo usato noi era tre volte superiore a quello reale.

-Lasci il numero più alto, non voglio che la Russia abbia l’impressione di essere più importante del dovuto. Ho davvero dieci minuti liberi, Chapman?

-Nove, signora direttrice. Se ha cinque minuti da dedicargli, il Procuratore Generale degli Stati Uniti ha chiesto la posizione ufficiale dell’SHS riguardo le procedure di estradizione di criminali super-umani.

-D’accordo, passami la sua telefonata. C’è altro, Chapman?

-C’è un pesce volante con un occhio solo che cerca di attirare la sua attenzione dietro di lei, signora direttrice.

La Direttrice Rochelle sposta la sedia per ruotare la propria visione di 180°: c’è effettivamente un pesce volante con un occhio solo di fronte alla finestra.

-Grazie, Chapman; dammi cinque minuti prima di passarmi la telefonata. E’ tutto.

Il segretario esce tranquillamente dall’ufficio, senza essersi minimamente scomposto per la strana visione.

La Direttrice aspetta qualche istante, poi picchietta un paio di volte la punta dell’indice sul vetro.

L’occhio del pesce si illumina, e l’ologramma di un uomo dalla pelle verde in armatura appare al centro dell’ufficio.

-Abitante del mondo di superficie, io sono il Ministro Morel di Lemuria.

-Helaine Rochelle. Piacere. Cosa posso fare per lei, Ministro? Lo sa che le Nazioni Unite non riconoscono ufficialmente Lemuria.

-Sembri stranamente a suo agio con le capacità del pesce-schermo, abitante del mondo di superficie.

-Direttrice Rochelle, se non le dispiace. Perché crede che abbia ottenuto questo lavoro?

-Hm. Anche se le sue Nazioni Unite non sono in rapporti ufficiali con Lemuria, conoscete appieno le capacità dei nostri eserciti o avreste già tentato di conquistarci.

-Le Nazioni Unite non conquistano nessuno, Ministro. Ma sì, sappiamo che avete un esercito. Ripeto: cosa posso fare per lei?

-I nostri servizi segreti ci hanno informato che il mezzosangue atlantideo Namor dimora tra le vostre genti. Namor è accusato di avere vigliaccamente assassinato il nostro beneamato re Karthon.

-Offro le mie più sincere condoglianze al suo popolo, Ministro, ma...

-Abbiamo consegnato il nostro ultimatum ad Atlantide: se non ci consegneranno Namor, sarà guerra tra i nostri popoli. L’ho contattata per avvisarla: se una qualsiasi nazione del mondo di superficie darà asilo al regicida, non esisterà terra asciutta che possa salvarvi.

-Devo intendere questa come una dichiarazione di guerra preventiva, Ministro?

-Lo intenda come un avvertimento, Direttrice Rochelle. Lemuria circonda numerose terre di superficie, e mi creda: solo perché viviamo sul fondo dell’oceano non significa che non possiamo infliggere danni inimmaginabili alla vostra popolazione. Non vogliamo la guerra, ma la avverto: non ci mancano i mezzi per persuadervi a cedere alle nostre richieste. Vorrei soltanto rendere la transazione il più indolore possibile.

-Capisco. Tuttavia, Ministro, si renderà conto che io sono solo una diplomatica e che non posso prendere decisioni di questa portata da sola.

-Consulti pure i suoi superiori, Direttrice Rochelle. Ma per usare un’espressione di superficie, si ricordi che Lemuria vi tiene d’occhio.

L’ologramma scompare, ed il pesce batte rapidamente le pinne-ali per volare via.

La Direttrice si lascia scappare un sospiro. Poi prende il telefono:

-Chapman, cancella la riunione. Devo parlare con i Vendicatori.

 

 

NOTE DEGLI AUTORI

 

 

Solo poche, brevissime, parole per ricordare a coloro che non lo sapessero che Wasp rimase ferita a causa di un colpo di pistola sparatole da uno sgherro del Conte Nefaria su Avengers #13 datato febbraio 1965 (Prima edizione italiana su Thor, Corno, #19/20). La ferita ad un polmone era molto grave e lei sarebbe morta in breve tempo se non fosse stata operata da un luminare della chirurgia polmonare. No, non stiamo parlando dell’allora già abusato dottor Don Blake, ma di un misconosciuto chirurgo norvegese, il dottor Hjarmal Knute Svenson. I Vendicatori scoprivano che Svenson era “ospite” di una cittadella segreta sotto il Polo Nord, abitata dagli alieni umanoidi chiamati Kallusiani, che si nascondevano dalle armate degli Yirbek un’altra razza aliena, stavolta di tipo rettiloide come gli Skrull. Per salvaguardare l’integrità della Terra, rispettando una promessa fatta a Svenson ed ai Vendicatori, i Kallusiani fuggivano nello spazio tallonati dagli Yirbek. Svenson ed i Vendicatori venivano teleportati a New York e Wasp veniva salvata. Della sorte dei Kallusiani e dell’esito del loro scontro con gli Yirbek non abbiamo mai saputo niente. Il tutto avvenne su Avengers #14 datato marzo 1965 (Prima edizione italiana su Thor, Corno, #22).

Adesso, se siete interessati a sapere come reagiranno i Vendicatori alle minacce di Lemuria non dovete far altro, che leggere il prossimo episodio. Da parte nostra noi possiamo solo dirvi…

 

 

CONTINUA !

 



[1] In Vendicatori Costa Ovest #16.

[2] Ancora una volta nello scorso episodio.

4 Su Villains LTD 48-50

[3] Nell’ormai lontano Avengers Vol 1° #9 (In Italia su Thor, Corno #16 e Marvel Masterworks Vendicatori #1, Marvel Italia).